Lasciare un’impronta

Ci sono molti modi di lasciare un’impronta. O di non lasciarla.

C’è chi preferisce rimanere nell’ombra e lasciare che i fatti parlino. Un genitore lascia un’impronta nei suoi figli, più forte di qualsiasi firma scolpita nel titanio. Ma difficilmente imprime un marchio di fabbrica.

Un artista si riconosce per il suo stile e, se arriva a far vibrare il cuore del pubblico con le stesse emozioni con cui ha composto la sua opera, sopravvive oltre la sua morte e continua ad avere un’eco nelle generazioni.

Ci sono impronte invisibili ma note e segni visibili di sconosciuti. In alcune grotte sono visibili le impronte delle mani di uomini e donne preistorici, di cui nessuno conosce il nome e le vicende ma che sono lì a tracciare un punto fermo nella Storia e a stimolare pensieri e riflessioni.

Ci sono anche impronte come quelle della foto di questo post. Orme di scarpe di adulti sul “nostro” piccolo tatami.

Questo fa pensare. E fa anche male.

Non tanto per lo sporco in sé. Quello si pulisce: abbiamo un kit di pulizie che usiamo per dare decoro al tatami e garanzia di igiene a chi lo frequenta.

Fa male perché è un piccolo, grande, ennesimo segno di inconsapevolezza.

Non giudichiamo il gesto. Magari aveva le sue ragioni per entrare. Magari non poteva pulire. Magari non lo ha fatto con disprezzo. Magari non sapeva nemmeno che lì ci mettono la faccia bambini, ragazzi, adulti.

Non è quello il punto.

Il punto è che viviamo un periodo storico -come tutti gli altri periodi storici, solo che questo ci sta interpellando più da vicino- dove vediamo gli effetti dell’individualismo portato all’estremo.

Dove la società è attraversata da un senso di insoddisfazione, da desideri di benessere, equità e giustizia che però se trovano sfogo ed espressione si manifestano attraverso rivalse rabbiose ed esternazioni spesso violente e faziose.

Si chiede a gran voce rispetto e dialogo e, come società -basta guardarci di fronte a uno smartphone- rispondiamo con soliloqui e beceri slogan da ultras.

Quindi, lordare con delle scarpe antinfortunistiche un tatami e non rendersene conto, senza pulire, non è la stessa cosa che invadere l’Ucraina, litigare sulle accise, scornarsi per la legge elettorale…Per carità, c’è di peggio.

Però a ben vedere, se è vero che noi qui non possiamo certamente andare a convincere i potenti sulla necessità della pace, sulla follia di continuare azioni militari che aumentano la barbarie e impoveriscono tutti, è altrettanto vero che qualcosa possiamo farlo.

Ad esempio non sporcare dove gli altri mettono la faccia.

Come possiamo ambire a mettere a posto questioni complesse (nazionali, globali), quando non siamo capaci di quel minimo di sensibilità lì dove siamo? Come possiamo cambiare le cose?

In “John Rambo” c’è una scena che spiega con crudo realismo la risposta che la Storia ha sempre dato a questo nostro bizzarro modo di vivere: attenti sul globale e disperatamente menefreghisti su ciò che è a portata di mano:

Ci sono due tentazioni primarie.

La prima è la forza. “Avete delle armi con voi?” chiede Rambo. All’ovvia risposta di no, l’amara quanto ovvia constatazione che allora, non cambierà mai niente.

La seconda è mandare tutti là dove Rambo manda il mondo in questo filmato. Perché tu ci provi. E ci riprovi. E ci riprovi ancora. Ma l’evidenza è lì. Qualcuno passa e lascia il segno.

Sul tuo tatami. Nelle tue emozioni. Nel tuo tempo.

Però.

Se davvero siamo seri quando parliamo di imbarbarimento della società.

Se ancora abbiamo quel po’ di amor proprio che porta a esigere un po’ di senso da quello che facciamo e nell’altro riusciamo a scorgere un valore, allora la forza e il disinteresse non sono un’opzione percorribile. Non possono esserlo.

Perché ci porterebbero ad entrare con le scarpe sporche a nostra volta là dove prima non lo avremmo fatto.

“Ferire un avversario significa ferire se stessi. Controllare l’aggressione senza infliggere lesioni è l’Arte della Pace” diceva Morihei Ueshiba.

Quanto è difficile lasciare l’impronta di una carezza e non di un ceffone.

Per questo saliamo su un tatami ogni giorno. Sporco o pulito che sia.

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